Un viaggio difficile, quello di papa Francesco, che in questi giorni e per la prossima settimana sarà in visita pastorale in Cile e Perù. Difficile a causa dei ripetuti e violenti attacchi che si sono registrati soprattutto a Santiago contro diverse chiese cattoliche, teatro di atti vandalici ai limiti di vere e proprie azioni terroristiche che non hanno risparmiato neppure alcune statue di Gesù Cristo, che di fatto sono state date alle fiamme.

Alcuni gruppi di manifestanti avevano in un primo tempo occupato la nunziatura (dove risiederà il Pontefice), in seguito liberata dalla polizia, e lanciato bombe contro quattro chiese a Santiago del Cile: si tratta del gruppo Andha Chile, una sorta di associazione senza veri connotati politici, ma che polemizza per gli svariati milioni, in termini di denaro, che il viaggio apostolico comporta. E i viaggi papali comunque costano, lo sappiamo, mica sono gratis; questa volta i 10 milioni di pesos per il 70 per cento sono stati messi a disposizione dallo Stato, e non hanno certo tutti i torti coloro che polemizzano in un paese dove la miseria e la disoccupazione sono di casa e i livelli tra i pochi ricchi e i molti poveri raggiungono profondità non indifferenti.

A Santiago un attacco è stato sventato al santuario di Cristo Pobre, un incendio è stato appiccato alla chiesa di Santa Isabel de Hungria, sedato poi dai vigili del fuoco; così come non sono mancati gli insulti davanti a chiese  e canoniche di manifestanti di diversa matrice, come riferisce padre Fernando Ibànez; una bomba è stata fatta esplodere alla cappella del Cristo Vencedor…

Il sindaco uscente Michelle Bachelet ha duramente condannato le azioni di protesta definendole “un fatto strano”. Un fatto in realtà non strano del tutto, e nemmeno tanto isolato, dato che se da una parte ci sono quelli che protestano a causa di una povertà sempre più emergente e sempre più lasciata a se stessa, dall’altra non va dimenticata la questione dei Mapuches, una minoranza indigena comunque numerosa in tutta l’America Latina, che da anni chiede al governo il riconoscimento dei suoi diritti, cioè uno Stato, e la restituzione delle terre sottratte nel corso dei secoli.

E’ evidente che non si tratta di azioni anticlericali, non siamo certo alla Sapienza di Roma che rifiutò la visita di Benedetto XVI, che dovette annullare l’incontro, e nemmeno di uno scontento per l’affare pedofilia, scontento che come al solito vogliono creare i media, ma di gesti attuati da chi vuole dare visibilità ad una protesta ed ai problemi che stanno dietro ad essa, approfittando appunto della visita del papa, quando gli occhi del mondo e dei media sono puntati sul Cile.

Un viaggio quindi non esente da polemiche e da scontenti, di cui papa Francesco dovrà tener conto, considerato il suo atteso incontro con le comunità indigene del luogo; ma come già ebbe modo di affermare nel febbraio 2017 durante il discorso ai rappresentanti dei popoli indigeni: “Lo sviluppo tecnologico ed economico non può considerarsi progresso se non vi è la tutela della cultura degli indigeni e dei loro territori, la loro valorizzazione e non la loro emarginazione, o la distruzione del’equilibio ecologico”.

Auspichiamo allora che il papa non se la sbrighi dicendo buongiorno-buonasera-buon-pranzo, perché di questi convenevoli decisamente bergogliani la gente del luogo francamente non sa che farsene. Semmai un monito contro le sperequazioni e i diritti umani negati, dato che in Cile dopo Pinochet è cambiato poco, non ci starebbe male.