Viviamo immersi in un’enorme bolla mediatico-propagandistica esacerbata dalla vicina tornata elettorale ma comunque presente, che ci vorrebbe isolati dalla realtà. L’informazione fluttua nell’etere, impegnata ad insinuarsi utilizzando stratagemmi non sempre visibili. La cronaca nera diventa macabro voyeurismo per eccitare l’amante dei particolari, veri o presunti, intenzionato a ricoprire per qualche giorno il ruolo di criminologo o magistrato. Si butta in pasto la vittima senza umana pietas, si crea un utile clima di odio e si gode delle immancabili reazioni dalle quali si ricavano altre notizie. Un circolo non virtuoso che permette di vendere qualche copia (o click) in più, aumentare lo share, sguazzare, insomma, nel putrido per il bene della produttività.
Stesso discorso per le informazioni di tipo economico che non sono mai realistiche ed obiettive ma allineate all’umore dell’editore (o finanziatore). Così un aumento di Pil diventa il più grande successo degli ultimi governi ma si omette che gli stessi ne avevano provocato precedentemente la caduta vertiginosa. Un miglioramento dei dati sulla disoccupazione trova spazio a lettere cubitali mentre la contemporanea precarizzazione del lavoro è notizia disturbante da relegare a fine pagina. Se un dato è contrario al mainstream si trova il modo di presentarlo come tendenzialmente pericoloso in futuro.

Meraviglioso, si fa per dire, è lo spazio dedicato alla politica con carri parcheggiati in un angolo dove salgono e scendono velocemente i leader di turno rimarcando, però, che quello del paese straniero vicino è sempre più bello. Il linguaggio si adatta ai tempi, un fight club senza esclusioni di colpi (bassi), senza veri contenuti perché è la pancia del consumatore che interessa, non il suo cervello.
Inchieste giornalistiche poche, spesso troppo scomode, meglio la notizia ad effetto. Il bello è che dalle stesse colonne/trasmissioni parte la sicumera contro l’ignoranza del popolo, che non capisce, si indigna, è maldisposto e, orrore, non si informa tramite loro, organi ufficiali.
Ad onor del vero, bisognerebbe aprire un capitolo a parte sulle condizioni lavorative in cui versa il giornalismo non altisonante, ma se la linea editoriale fa oggettivamente ribrezzo bisognerebbe anche trovare il limite ed opporsi al suo superamento.
Spesso lamentiamo la mancanza di libertà di stampa, che non può certo essere paragonata alla censura sotto un qualsiasi regime dittatoriale. Forse sbagliamo a definirla così ma, permetteteci di affermare che la dignità, quella sì, spesso è assente.