Schietto, leale, esigentissimo, pacato, giusto ma allo stesso tempo “partigiano” e sempre preoccupato di offrire, quasi “dare in pasto” ai telespettatori attraverso i suoi format televisivi storie e spezzoni di vita umana che meritassero di essere raccontati per ciò che erano. Insomma un cronista di razza con il passo di chi “racconta i fatti, li contestualizza, li interpreta e li giudica in modo indipendente” e che fu sempre mosso da questa motivazione: “Interessarsi per principio delle storie di altri che prendeva in considerazione come se fossero sue”.

E’ questo il ritratto che affiora a 10 anni dalla morte di Enzo Biagi dai ricordi di Franco Iseppi, storico dirigente Rai ma soprattutto stretto collaboratore per 25 anni del grande giornalista emiliano. “Ha rappresentato per me un maestro di giornalismo e di televisione -rievoca Iseppi- ma soprattutto è stato un uomo capace di andare controcorrente. Mi ricordo spesso il caso Tortora, quando mi confidò: e se fosse innocente?” (poi Biagi lo difese a spada tratta).

Un personaggio Biagi, secondo Iseppi, a volte scomodo ma soprattutto figlio della sua terra e del suo secolo, il Novecento, attento, a modo suo, della memoria cattolicca e civile del suo amato Paese, l’Italia. “Aveva una grande ammirazione per i preti semplici, quelli che venivano valutati da lui come dei rivoluzionari del tipo di Mazzolari e Milani. Penso in particolare alla stima che nutriva per don Zeno Saltini per cui si spese per sostenere finanziariamente la sua opera , Nomadelfia.”

Un posto speciale nella galleria dei preti di Biagi è certamente riservato al cardinale Ersilio Tonini (che presiedette ai funerali dell’amico giornalista nel 2007 a Pianaccio) – e alla fortunata trasmissione sui 10 comandamenti, andata in onda su Rai 1 nel 1991. “Fu quella di portare in prima serata una scommessa vinta e, in particolar modo, giocò da subito la sinergia che nacque tra Enzo e l’allora monsignor Tonini: i due, da quel momemnto non si sono più lasciati. Per quella trasmissione, Biagi ebbe anche i complimenti di Giovanni Paolo secondo.”

Biagi si sentiva “religioso dentro” e certamente singolare era anche la stima che intercorreva con il cardinale Martini che, in una sua puntata de “il Fatto” gli espose il proprio desiderio di morire a Gerusalemme.

Un lascito quello di Biagi fatto di rigore e di rispetto per il suo mestiere di giornalista anche televisivo. Tra i ricordi di Iseppi esce anche un Biagi viaggiatore dei 4 continenti o gli incontri, frutto delle sue grandi interviste, che rimasero nella memoria collettiva del Paese: da quella a Mehmet Ali Agca, all’allora presidente polacco Jaruzelski con cui condivideva un’amicizia e una stima antica e informale, fino al lungo colloquio che si tenne a Tripoli con il colonnello Gheddafi. “Fu un scoop mondiale – ricorda Iseppi – e di quel momento mi rimane ancora impressa la fermezza e il coraggio professionale di Enzo”.

Uno stile e un modo di fare televisione lontano anni luce da quello che oggi la tv generalista propone. “Indubbiamente tutti noi abbiamo nostalgia non solo per il suo rigore ma anche per il suo garbo con cui entrava nelle case degli italiani. Ritengo che sia stato in un certo senso un giornalista global”. Apparteneva a un paese mentale globale ma le sue radici erano in un paese reale, la sua città, Pianaccio. Aveva un metro di valutazione dei suoi programmi molto personale: se se ne parlava al bar il mattino successivo significava che era andata bene.

Tutti metri di giudizio ingredienti di valutazione che mancano alla Tv di oggi. Per questo un giornalista come Biagi manchi tanto a tutti.