Un paio di giorni fa, il D.L. n. 148 del 2017, recante “Disposizioni urgenti in materia finanziaria e per esigenze indifferibili”, a partire dal 2018 estende il meccanismo dello split payment (art. 17-ter, D.P.R. n. 633 del 1972) anche alle operazioni passive di enti pubblici economici nazionali, regionali e locali, fondazioni partecipate da amministrazioni pubbliche,
società controllate direttamente o indirettamente da qualsiasi tipo di amministrazione pubblica o da queste partecipate per una quota non inferiore al 70%.

Già ad aprile scorso il meccanismo – nato nel 2014 a valere nei confronti delle sole amministrazioni pubbliche – era stato reso obbligatorio anche per le operazioni effettuate nei confronti di tutte le amministrazioni, gli enti ed i soggetti inclusi nel conto consolidato della Pubblica Amministrazione, le società controllate direttamente o indirettamente dallo Stato, di diritto o di fatto, le società controllate di diritto direttamente dagli enti pubblici territoriali, le società quotate inserite nell’indice FTSE MIB della Borsa italiana”. In quel caso, ad aggiungere al danno la beffa concorreva la circostanza che la modifica del T.U. Iva era stata inserita, con un emendamento in sede di conversione, in un altro Decreto Legge la cui rubrica – nel Comunicato Stampa sul sito del Governo – era “Misure in favore degli Enti Locali e dei territori colpiti dal sisma”.

Pare che lo split payment permetta di recuperare molta evasione. Sarà anche vero. Resta però il fatto che incrementare le difficoltà finanziarie delle imprese (soprattutto quelle piccole) e dei professionisti (prima esentati, da luglio non più) al fine di reperire ulteriori fondi in ossequio agli zerovirgola di Bruxelles, dopo dieci anni di crisi, è niente di meno che irresponsabile, sia nei confronti degli imprenditori, sia del Paese nel suo complesso. E farlo così, attraverso modifiche molto tecniche di un regime Iva apportate per decreti successivi, è addirittura indegno.

Qual è il punto? Lo split payment prevede, in sostanza, che quando una azienda fattura alla pubblica amministrazione o agli altri soggetti che rientrano nell’ambito della normativa non riscuota la relativa Iva, che è invece versata direttamente dal committente. Il risultato pratico è che un’azienda che fattura 10 Euro più Iva a una ASL prima riscuoteva (con i noti ritardi) più di 12 Euro, mentre ora si limita ai 10 di ricavo. Gli oltre 2 Euro di differenza, poi, erano abbattuti dall’Iva a credito del periodo (derivante dalle fatture passive ricevute), con un miglioramento netto della liquidità.
Esempio pratico (senza split): fatture attive di periodo per 1.000 Euro, oltre Iva per 220 Euro; fatture passive di periodo per 700 Euro, oltre Iva per 154 Euro; versamento Iva di 220 – 154 = 66 Euro; liquidità impresa pari a 1.220 – 854 – 66 = 300 Euro.
Stesso esempio (con split): fatture attive di periodo per 1.000 Euro, Iva non riscossa; fatture passive di periodo per 700 Euro, oltre Iva per 154 Euro; registrazione di un credito Iva di 154 Euro; liquidità impresa pari a 1.000 – 854 = 146 Euro.
Certo, nel secondo caso l’impresa può richiedere a rimborso dallo Stato il credito di 154 Euro, così da pareggiare la situazione. Ma il rimborso comporta di seguire procedure un po’ farraginose e non di immediata liquidazione (ancorché ultimamente un po’ semplificate, grazie all’abrogazione dell’obbligo di garanzia per crediti fino a 15.000 Euro).

L’impresa ha però un modo di “salvarsi in corner”, compensando mensilmente, nel modello F24, il credito Iva con debiti di imposta di varia natura, principalmente ritenute Irpef sui compensi pagati ai propri dipendenti. E infatti il D.L. dello scorso aprile si è affrettato se non a inibire comunque a rendere assai più complicato l’esercizio di questa facoltà: è stato ridotto il limite al di sopra del quale i crediti possono essere compensati in F24 soltanto previo invio della relativa dichiarazione annuale con apposto visto di conformità da parte di un professionista (che non è né immediato, né tanto meno gratuito): si scende da 15.000 Euro a 5.000 Euro. Ovviamente, a fini anti-elusivi.

Come a fini anti-elusivi è stato pensato il meccanismo del reverse charge, processo di inversione contabile che, come lo split payment (che si applica nel caso in cui il beneficiario della prestazione o il cessionario del bene sia un consumatore finale), trasla l’obbligo di assolvimento dell’Iva dalla parte attiva alla parte passiva del rapporto nel caso in cui quest’ultima sia rappresentata da un soggetto commerciale. Sia come sia, questi meccanismi drenano alle imprese circa 18 miliardi di Euro di liquidità all’anno (fonte: ItaliaOggi e I-Com), cioè circa 800 Euro medi ad azienda.

D’altronde, è noto che i nostri governanti hanno una visione di imprenditori e professionisti simile a quella impersonata dalla simpatica Mariolina nel film “Il Ciclone” (“Io, l’Iva, la spendo!”). Solo che quello era, appunto, un film. E per giunta comico.

Qui non c’è niente da ridere.