Finalmente, dopo una legislatura travagliata, il 4 marzo prossimo saremmo chiamati ad esprimere il nostro voto per le elezioni politiche. Che sia determinante dare una svolta significativa alla situazione Italiana rischia di essere una retorica già sentita e alla quale nessuna forza politica, sino ad ora, sia stata in grado di dare corpo. In effetti il principale vincitore sarà l’astensionismo, segno che la fiducia nelle istituzioni democratiche è sempre meno sentita e ormai la sensazione che “tanto non cambia nulla” prevalga sui reali propositi che alcune forze politiche si pongono e sulla loro credibilità.

Complice una legge elettorale confezionata appositamente per non fare vincere il M5S e gettare la nazione nel caos dal quale probabilmente uscirà la grande ammucchiata frutto dei soliti accordi sottobanco per confutare abilmente la volontà popolare. Come succede da almeno 30 anni, finita l’epoca degli ideologismi, si è sempre votato “il meno peggio”, come se la scelta sia sempre determinata da chi riteniuamo non il migliore ma il meno deludente o antipatico.
Con questi propositi difficilmente si riuscirà a formare un governo di cambiamento radicale verso un declino sempre più marcato con il quale dovremmo inesorabilmente prima o poi fare i conti.

Già “tanto non cambia nulla”, questa frase molto popolare descrive il vero problema che risiede della democrazia rappresentativa, così come la conosciamo, dove ormai i grossi gruppi di potere hanno capito come cambiare le carte in tavola stravolgendo la volontà popolare. Basta vedere gli oltre 550 cambi di casacca avvenuti in questa ultima legislatura tra i vari deputati e senatori per capire che non vi può essere nella loro scelta una motivazione di coscienza o di una propria condotta morale ma piuttosto una immoralità diffusa dettata da opportunismo e sudditanza verso un sistema che opera nell’ombra.

Per non parlare del fatto che alcune forze politiche nascono dopo pochi mesi dalle elezioni distaccandosi dal partito dal quale hanno preso i voti, vedi il caso di NCD ora Alternativa Popolare di Alfano. Partito mai voutato da nessuno, si è reso determinante per tenere in piedi i governi che si sono succeduti e peraltro non si presenta alle prossime elezioni. Ha di fatto distorto la volontà popolare dando vita a governi che nessuno dei loro elettori avrebbe voluto. Non penso si possa ancora chiamare democrazia, siamo molto lontani dalla volontà dei padri costituenti. L’unico rimedio per arginare questo sfacelo è il “vincolo di mandato” e, al momento, la sola formazione politica che lo ha proposto è il Movimento 5 Stelle.

Il vero dramma è che l’Italia rischia di essere prigioniera dei nostalgici e dei rancorosi. Da più parti si sente dire che ormai le classi politiche destra e sinistra non esistono più, ormai si assomigliano talmente tanto nei comportamenti e programmi che non si nota alcuna differenza, niente di più falso, almeno nell’elettorato. Vi è una serie di affezionati ai quali il loro leader di riferimento potrebbe fare qualsiasi cosa, dalle scelte politiche azzardate alle soluzioni proposte spesso incoerenti o ad un comportamento molto discutibilue, il loro sostegno non verrebbe mai a mancare, certi di votare la migliore formazione corrispondente al proprio pensiero, se mai ne hanno uno.

Non si spiegherebbero altrimenti i sondaggi che danno un PD ancora oltre il 20% dopo la macelleria sociale che ha perpetrato con i suoi esecutivi e una Forza Italia sul 18% dei consensi con una incredibile ripresa dovuta alle varie ultime apparizioni televisive di Berlusconi dense di favole dei sogni ai quali ancora troppi italiani danno credito.
Quello che le forze politiche dovrebbero fare è cercare di avere una visione per i prossimi 50 anni, come affrontare le nuove sfide che la l’economia digitale ci propina, insomma bisogna necessariamente mettere in discussione il sistema capitalistico in quanto i parametri sono cambiati e non si può continuare ad applicare le ricette dell’ottocento.

Il capitalismo, che è il fondamento delle società liberali, è entrato in crisi, almeno, le sue dinamiche, rischiano di diventare perverse e potrebbero annientarci. Esso funziona benissimo nella scarsità, un bene o un servizio più è scarso e più valore aggiunto riesce a ottenere sul mercato, questo meccanismo è la molla che negli ultimi due secoli ha portato all’evoluzione delle nostre società. Il capitalismo è il regime economico probabilmente ideale nel gestire la scarsità. Ma ora si sta sviluppando una singolarità storica, economica, politica e sociale cioè l’avvento dell’abbondanza. Tutto è in cronica sovrapproduzione dai servizi, ai prodotti, agli immobili ma il regime capitalista, appunto basato sulla scarsità, sta dimostrando di essere incapace a distribuire l’abbondanza. E questo è, è sarà, il punto fondamentale del nostro secolo: il capitalismo è totalmente inadeguato nel gestire e distribuire l’abbondanza.

La sua inesorabile dinamica provoca, nell’abbondanza, deflazione impoverendo di fatto tutti i partecipanti tranne chi detiene la leadership dei settori coinvolti. Di fatto gli unici protagonisti a trarre vantaggio da questa situazione sono i grossi gruppi finanziari e le multinazionali i quali hanno raggiunto proporzioni talmente grandi da avere più importanza economica di svariati stati, arrivando addirittura, sfruttando le dinamiche capitalistiche, a contrattare il dovuto in termini di tassazione e imposte. Uno stato che non riesce a perseguire le sue politiche fiscali nei confronti di questi soggetti di fatto si impoverisce sempre di più avendo meno risorse per i servizi essenziali della popolazione.

Come creare un sistema che sappia gestire l’abbondanza in una economia di mercato? Come creare un sistema post-capitalista evitando una eccessiva concentrazione di potere nelle mani dello stato e delle multinazionali? Queste sono le vere domande e sfide che il senno di una nazione dovrebbe porsi, non di certo i bonus vari, dentiere o canoni televisivi. E dobbiamo abituarci alle rivolte causate dalla disoccupazione perché diverranno una costante. Disoccupazione che è ormai cronica perché la deflazione tecnologica ha intrapreso un andamento esponenziale ed ogni nuova innovazione provoca del nuovo lavoro ma anche molta disoccupazione. Deflazione tecnologica che provoca disoccupati, che a loro volta provocano instabilità che provoca ulteriori disoccupati in una spirale che tende a cronicizzarsi.

Ma il problema sono le nuove tecnologie? Assolutamente no, è sbagliato pensare che fermare la tecnologia ci salverà dalla disoccupazione, il problema non è quello, il problema è che la deflazione tecnologica provoca abbondanza, fornisce più ricchezza con meno lavoro e questa abbondanza non riesce a strutturarsi come vantaggio collettivo: da una parte ci riesce, come vantaggio per i consumatori dall’altra no perché diminuisce i lavoratori, quindi il reddito. Il nostro sistema è attualmente incapace di risolvere questo problema che come abbiamo detto ormai è cronico e può solo peggiorare.

invece il primo ministro Gentiloni con il ministro Padoan continuano a propinarci una ripresa alla quale penso non credono nemmeno loro, i cittadini sanno bene che non esiste o che sarà perlomeno spazzata via dalla prossima spirale speculativa sicuramente dietro l’angolo. Abbiamo bisogno di decisioni forti, di scelte difficili, che difficilmente le vecchie forze politiche sono in grado di prendere. Oggi più che mai lasciare la vecchia via per una nuova è il rischio che dobbiamo correre, tanto nel baratro ci finiamo lo stesso di questo passo.