È uno sporco lavoro, ma qualcuno lo deve pur svolgere. Si tratta di fare qualche considerazione sulle dimissioni postergate di Matteo Renzi di oggi pomeriggio.

Il filo logico del discorso è piuttosto chiaro. Se il PD – il cui governo del Paese sarebbe stato particolarmente positivo – ha tuttavia perso, la colpa è di chi (il Presidente Mattarella) non ha permesso di votare nel 2017, quando l’europeismo macronista viaggiava col vento in poppa, e delle divisioni interne del partito tutte volte a logorare, anziché rafforzare, il segretario (in questo senso vanno letti gli accenni alle disavventure elettorali di Minniti e al prossimo congresso, che deve essere “vero”). Se il risultato elettorale non ha prodotto una maggioranza chiara, la colpa è di coloro che hanno bocciato la riforma costituzionale il 4 dicembre 2016 (cioè, del popolo italiano).

Da quanto sopra discende la strategia. All’esterno: al contrario di quanto auspicato da alcuni esponenti PD (per esempio Emiliano), nessun accordo con gli altri partiti, che dovranno giungere a mediazioni fra loro, permettendo al PD di lucrare, dall’opposizione, al deflagrare delle inevitabili contraddizioni tra forze molto diverse (non ci riuscirà); all’interno: nessun “caminetto” (cioè nessun accordo fra notabili per individuare un “traghettatore” di garanzia), ma un congresso ad esito del quale si terranno nuove primarie che Renzi, evidentemente, conta di vincere di nuovo, in proprio o per interposta persona.

Garante della strategia si fa lui stesso, che si dimette senza dimettersi, o meglio postergando le dimissioni a “dopo la formazione del nuovo governo”.

Nonostante la disfatta, Renzi non perde le sue tre caratteristiche principali: l’aggressività, la tendenza alla bugia seriale, la mancanza di rispetto istituzionale. La mancanza di rispetto istituzionale sta chiaramente nella volontà pervicace di dimettersi senza dimettersi, onde gestire le prossime consultazioni e rendere il più difficile possibile a Mattarella l’individuazione di un percorso che porti alla formazione di nuovo governo. L’irritazione degli stessi compagni di partito traspare nelle parole di Zanda: “la decisione di Renzi di dimettersi e contemporaneamente rinviare la data delle dimissioni non è comprensibile. Serve solo a prendere ancora tempo. Le dimissioni di un leader sono una cosa seria, o si danno o non si danno. E quando si decide, si danno senza manovre… Serve collegialità, che è l’opposto dei caminetti… Annunciare le dimissioni e rinviarne l’operatività per continuare a gestire il partito e i passaggi istituzionali delle prossime settimane è impossibile da spiegare“. Aggiunge Barbara Pollastrini: “abusata che sia, la parola che mi viene è ‘rifondazione’: di pensiero, di comunità, di progetto. Ora Renzi si è dimesso e questa scelta gli va riconosciuta. Però sarebbe grave che tutto cambiasse senza cambiare nulla, in un rilancio senza fine. Le responsabilità sono diffuse e chiamano in causa le rimozioni e i silenzi della classe dirigente, anche di governo, perché la sconfitta referendaria rendeva evidente la chiusura di un ciclo e la necessità di attrezzare una nuova proposta“.

L’aggressività, invece, si misura nel tono di tutto l’intervento (addirittura, nelle manate al telefono ed alla scrivania di vetro a cui è seduto) e in certe espressioni non proprio da Faubourg Saint-Germain (“ragazzi”, “sapete che c’è?”). Probabilmente, deriva dalla sensazione, fondata, di iniziare a perdere presa nel partito, di ruggire vendetta, ma di ruggire ormai a vuoto. Ben può maramaldeggiare Alessandro Di Battista: “un discorso così strampalato non l’ho mai ascoltato, è veramente in confusione e non se ne rende nemmeno conto, pur di non dimettersi realmente è disposto a frantumare quel che resta del PD… A questo personaggio non gli basta mai la lezione, sempre arrogante, non ha chiesto scusa…“.

Infine la falsità seriale, spudorata, quasi offensiva nei confronti dell’ascoltatore, è la cifra tipica dei principali contenuti dell’intervento.

Quali siano i veri successi di quel governo sulle condizioni di lavoro, sul demansionamento, sul funzionamento della macchina dello Stato, sulle banche, lo abbiamo più volte illustrato su questo giornale; in questo discorso si aggiunge lo sproposito di collegare il referendum del 4 dicembre 2016 e l’incerto risultato elettorale.

Renzi dovrebbe sapere che la riforma bocciata dal voto popolare atteneva ad una proposta di modifica della Costituzione, mentre la legge elettorale è una legge ordinaria. Dovrebbe aver visto che i risultati elettorali sono identici alla Camera e al Senato, per cui l’abolizione di quest’ultimo non avrebbe in nulla favorito la governabilità. Dovrebbe ricordarsi che la legge elettorale che aveva imposto per l’elezione della Camera dei Deputati, l’Italicum, è stata sonoramente bocciata dalla Corte Costituzionale, e che quella attuale, il Rosatellum, porta il nome di uno dei suoi più fidi collaboratori. Anzi, non è dietrologia pensare che la legge elettorale sia stata voluta proprio da Renzi per un unico scopo, quello di evitare un monocolore dei 5 stelle.

Après moi le déluge, potrebbe dire, se sapesse le lingue; forma particolarmente gretta di Schadenfreude, a sua stessa insaputa.