Gli stessi analisti politici che ci spiegavano come le passate elezioni fossero segnate dal rischio fascismo (CasaPound ha preso meno dell’1%) ora ritengono sbocco naturale della situazione bloccata creatasi col voto di domenica un governo di coalizione fra Movimento 5 Stelle e Lega.

Ovviamente si tratta di ricette buone solo a riempire le pagine dei giornali, da non prendere neppure in considerazione stante la loro palese inattuabilità (con due leader entrambi indisponibili a fare i “secondi” e con uno dei due – Matteo Salvini – impegnato alacremente a rottamare quel che resta del berlusconismo) e la loro strumentalità (nel dibattito PD, a favore di quel resta della leadership di Matteo Renzi). Il governo lo farà Di Maio insieme a parte del Partito Democratico, che presumibilmente vedrà l’uscita da destra degli ex renziani nel frattempo divenuti “calendisti”.

Vale però la pena parlare di queste esternazioni, perché contribuiscono a diffondere nel Paese una percezione di sovrapponibilità fra il programma della Lega e quello del Movimento 5 Stelle. Cosa che, forse, sta nei desiderata di molti, ma che non ha un aggancio concreto con la realtà.

Certo, alcune posizioni sono simili (la flat tax non è particolarmente differente dalla volontà del Movimento di ridurre consistentemente le aliquote Irpef e costruire una no-tax area fino a 10.000 Euro; entrambi i partiti puntano a una semplificazione fiscale, a partire dall’abolizione di spesometro, split payment e fatturazione elettronica; la flex-security e la contro-riforma pensionistica del M5s si avvicinano ai principi di base di modifica delle Leggi Fornero propugnata dalla Lega), ma altre sono distantissime.

In primo luogo, l’Unione Monetaria e l’Unione Bancaria. La posizione della Lega è chiara: ritorno all’Unione pre-Maastricht (che è un modo educato per dire da un lato ritorno alle monete nazionali) e sottolineatura dei principi fondamentali della Carta Costituzionale italiana come garanzia di sovranità rispetto alle disposizioni dei Trattati (che è un modo sufficientemente elegante per azzoppare l’Unione Bancaria, considerando la genetica incompatibilità fra disciplina del bail-in e tutela del risparmio ai sensi dell’art. 47, Cost.). Al contrario Di Maio ha già detto che, a suo avviso “non è più il momento di uscire dall’Euro“, né risultano prese di posizione particolarmente significative sulla questione-banche (molti ricorderanno un noto video di Di Battista in cui il caso Montepaschi era derubricato a un problema di finanziamenti al Circolo Tennis di Orbetello).

Secondariamente, il “reddito di cittadinanza” che – trattandosi di strumento geneticamente collegato ad una visione ortodossamente liberista del mercato del lavoro (da questo punto di vista, la precisazione di Di Maio per cui al reddito di cittadinanza deve essere preceduto necessariamente dalla riforma dei Centri per l’impiego è assolutamente corretto) – si pone agli antipodi dell’impostazione keynesista della Lega salviniana (non a caso a Salvini l’economia gliela spiega il neo-senatore Bagnai, come ebbe a dire con la consueta raffinatezza Matteo Renzi), la quale invece ritiene di avvicinarsi alla piena occupazione rianimando la domanda interna mediante, fra le altre cose (non ultima l’idea di Claudio Borghi dei minibot), spesa pubblica a deficit.

E proprio su questo punto si misura l’impossibilità dei due partiti di trovare una base programmatica comune. Per la Lega è necessario abolire il Fiscal Compact, i servizi pubblici devono essere assicurati indipendentemente dai limiti europei, la spesa a deficit è fondamentale per far ripartire l’economia.

Sul punto, invece, nel programma del Movimento 5 stelle si legge tutto e il contrario di tutto. Da un lato, si parla di spesa a deficit per incrementare l’occupazione, di “oltre 2 miliardi di euro per la riforma dei centri per l’Impiego”, di “10.000 nuove assunzioni nelle forze dell’ordine”, di risorse aggiuntive per la Sanità Pubblica. Poi, però, si parla della riduzione del rapporto fra debito pubblico e PIL di 40 punti in 10 anni (il che, al limite, potrebbe essere un obiettivo raggiungibile anche con una crescita significativa del prodotto interno lordo) da raggiungere, fra le altre cose, con una riduzione delle spese improduttive (?), tagli agli sprechi (?), lotta alla grande (?) evasione fiscale.

Se non fosse chiaro, ecco che il Movimento si intesa la volontà di tagliare gli sprechi e i costi della politica per 50 miliardi Euro: “stop a pensioni d’oro, vitalizi, privilegi, sprechi della politica e opere inutili”, “riorganizzazione delle partecipate e spending review della spesa improduttiva”. Poiché le i costi della politica e le pensioni d’oro possono pesare per al massimo un miliardo, tutti gli altri non saranno soldi “resi ai cittadini”, come pomposamente dice il programma a cinque stelle, ma soldi sottratti ai più deboli, attraverso minori servizi pubblici essenziali (ospedali, trasporti, ecc.).

Laissez-faire in ambito giuslavoristico, reddito di cittadinanza (con le sue implicazioni di deflazione salariale e strettissimo controllo sociale), adesione all’Euro, austerità feroce (con connessa adesione alla strana idea che vi sia una spesa totalmente “improduttiva”).

Si tratta del programma di Mario Monti. Ma la Lega, a Monti, ha fatto opposizione.