“Governare significa essere competenti e capaci”, è il leitmotiv (soprattutto in chiave anti-grillina) di Matteo Renzi in questa campagna elettorale. E, per una volta, si potrebbe anche essere d’accordo, se non fosse per il fatto che – se tale fosse l’effettivo metro di giudizio – il PD non avrebbe neanche dovuto avvicinarsi a Palazzo Chigi.

Aprile 2016: le Pubbliche Amministrazioni si trovano alle prese con il “Codice degli Appalti”, un decreto legislativo attuativo della legge delega n. 11 dello stesso anno, necessario a recepire nell’ordinamento interno tre direttive europee del 2014. Già a luglio, però, il testo subisce (attraverso un Comunicato stampa!) circa 180 correzioni, sia formali sia sostanziali, per essere poi modificato in modo profondo dal successivo D. Lgs. n. 56 del 2017 (noto infatti come “correttivo”). L’Anac, dal canto suo (o dal cantone, potremmo dire se non parlassimo di una tragedia giuridica ed economica), è costretta a modificare svariate Linee Guida. Gli appalti di tutta Italia si bloccano.

Nel frattempo, a  novembre, con sentenza n. 251 del 2016, la Corte Costituzionale dichiara parzialmente incostituzionale la legge delega per la riforma della pubblica amministrazione (c.d. “Riforma Madia“) nella parte in cui aveva previsto solo un “parere”, e non una “intesa”, con le Regioni per cinque decreti legislativi di attuazione (dirigenza sanitaria, licenziamento disciplinare, società partecipate, dirigenza pubblica, servizi pubblici). In effetti, secondo i giudici, vi era nelle materie oggetto della delega un tale concorso di competenze, statali e locali, inestricabilmente connesse, in cui nessuna si rivelava prevalente, ma ciascuna delle quali concorreva alla realizzazione dell’ampio disegno di riforma, così che si rendeva necessario un previo accordo, effettivo, fra Governo e Regioni. Poiché i primi tre decreti legislativi erano già entrati in vigore al momento della sentenza, il governo è dovuto ricorrere ad altri decreti di modifica dei precedenti, con problemi applicativi che il lettore potrà ben comprendere. Il tutto, a peggiorare ancora un sistema normativo già duramente criticato dal Consiglio di Stato nel proprio Parere, obbligatorio ma non vincolante, sulla Riforma nel suo complesso.

Qui, oltre un certo deficit di competenza, ha inciso probabilmente anche una buona dose di sicumera. I decreti delegati poi parzialmente cassati dalla Corte Costituzionale sono infatti costruiti come se fosse già stata approvata la riforma poi fragorosamente bocciata nel referendum del 4 marzo. E lo stesso dicasi per le due censure che la Consulta ha fatto alla legge 107 del 2015 (nota, con eccellente antifrasi, come legge sulla “Buona scuola”), laddove il Governo ha – diciamo – “dimenticato” di prevedere la partecipazione degli enti locali alla ripartizione dei fondi sulla edilizia scolastica e per i servizi negli asili.

A completare il quadretto sta la vicenda dell’Italicum, l’unica legge elettorale cancellata prima ancora di essere usata (Corte Costituzionale, sent. n. 35 del 2017). Secondo la Consulta, “i sistemi adottati [nelle due Camere], pur se differenti, non devono ostacolare, all’esito delle elezioni, la formazione di maggioranze parlamentari omogenee” (anche in questo caso, è quasi inutile far notare lo stretto collegamento fra la legge elettorale e la tentata riforma del Senato). Inoltre, la pronuncia ha bocciato sia il ballottaggio, sia la scelta discrezionale del collegio di elezione in caso di candidatura plurima: cioè alcuni dei punti qualificanti del testo.

Uscendo dal campo amministrativo (rispetto al quale l’ultimo, fulgido esempio, è il pastrocchio creato da Franceschini con la nomina di direttori stranieri in alcuni dei principali musei italiani), la situazione non migliora, anzi. In primo luogo, c’è sempre l’evergreen banche (nel merito, per dirla con Renzi, ne abbiamo parlato qui). Il famigerato decreto legge sulle Popolari non solo ha mostrato il palese conflitto di interesse di Maria Elena Boschi (con connessa, penosa autodifesa in Parlamento), non solo ha permesso a De Benedetti di guadagnare 600.000 euro sull’orlo dell’insider trading,  ma… sì, è pure finita alla Corte Costituzionale, che ancora deve pronunciarsi. L’udienza  – che si terrà il 20 marzo – riguarderà soprattutto la possibilità di limitare, o anche annullare, il diritto di recesso per i soci dissenzienti in caso di trasformazione della banca cooperativa in una società per azioni; tuttavia, la pronuncia, che si attende negativa, non dovrebbe avere effetti retroattivi, per cui le nuove s.p.a. continueranno a essere tali, salvo dover gestire un significativo contenzioso nei confronti dei soci che hanno visto cancellare per legge un loro diritto.

E qui viene fuori un altro profilo tipico delle riforme renziane. La pervicacia di chi ritiene di poter avere ragione semplicemente mettendo gli altri di fronte al fatto compiuto. Un altro preclaro esempio, oltre quello bancario, è rappresentato dall’incorporazione della Forestale nei Carabinieri (sui cui motivi di fondo pare meglio glissare). Un decreto legge e via: competenze altamente specialistiche diluite e dunque inutilizzabili, civili abituati a controllare boschi che si ritrovano militari, un mitra in mano e tanti saluti. In questo caso, l’udienza dinanzi la Corte Costituzionale è fissata per il prossimo 5 giugno, e come andrà a finire non ci vuole molto a capirlo: i Giudici chiederanno che i forestali siano messi a scelta, se restare nei Carabinieri oppure essere posti in mobilità all’interno della Pubblica Amministrazione; ma il posto più vicino che gli sarà offerto, ovviamente, sarà a 1.000 km. di distanza, tipo film di Checco Zalone, per capirsi.

E l’elenco sarebbe ancora lungo. Lunghissimo, se si considerano anche le proposte deliranti che non si sono poi tradotte in legge. Caso eclatante, la prima versione della modifica all’art. 52, c.p., secondo cui si sarebbe dovuto considerare legittima difesa “la reazione a un’aggressione commessa in tempo di notte ovvero la reazione a seguito dell’introduzione” in caso o luoghi privati “con violenza alle persone o alle cose ovvero con minaccia o con inganno”. In sostanza, diritto di tiro al bersaglio su qualunque ladro, in qualunque luogo, purché dopo il tramonto del sole. La versione che è stata poi votata, ancorché non bellissima (nei casi di furto “sussiste il rapporto di proporzione… se taluno legittimamente presente in uno dei luoghi ivi indicati usa un’arma legittimamente detenuta o altro mezzo idoneo al fine di difendere… la propria o la altrui incolumità, [ovvero] i beni propri o altrui, quando non vi è desistenza e vi è pericolo d’aggressione”), è comunque assai più accettabile.

Inaccettabile sarebbe invece avere questa classe dirigente al governo anche dopo il 4 marzo. Pensateci, nell’urna.