La crisi del centro-sinistra europeo che per ultimo ha colpito il Partito Democratico nostrano, merita una riflessione un poco più approfondita per inquadrare, almeno a grandi linee, il contesto storico e politico che ha portato alle storiche debacle dei partiti socialdemocratici europei degli ultimi anni.

Innanzitutto occorre fare un paio di precisazioni riguardo la parte precedente. In essa si è affermato che il Psoe (Partito Socialista Operaio Spagnolo) è l’unico “che riesce a salvarsi” dai risultati elettorali catastrofici degli altri partiti di centro-sinistra. In realtà anche il Psoe è in profonda crisi avendo dimezzato i suoi consensi nel giro di pochi anni, passando dal 44 % nel 2008 al 22 % nel 2015. Ma già nel 2011 il partito subì un duro colpo ottenendo solo il 29 % dei voti, 15 punti percentuali in meno rispetto alle elezioni di tre anni prima. Ora la leadership del Psoe nel centro-sinistra spagnolo è minacciata da Podemos, il partito fondato da Pablo Iglesias nel 2014 e che alle elezioni dell’anno successivo giunse terzo (con circa il 20 %) staccato di solo un punto e mezzo percentuale dal Psoe.

Si è anche detto che il risultato del 4 marzo è un “disastro per il Partito Democratico di Matteo Renzi”. Per quanto ciò sia indubbiamente vero, Renzi non è certo l’unico colpevole della sconfitta clamorosa del Pd. I suoi metodi di gestire il partito e le politiche adottate quando era al governo hanno ulteriormente peggiorato la condizione di una formazione politica che era già indebolita dalla crisi della socialdemocrazia europea. Si potrebbe dire, semplicisticamente, che Renzi gli ha dato il colpo di grazia.

Ora è però necessario indagare un pò più a fondo le cause che hanno portato a questa crisi elettorale ed identitaria del centro-sinistra. Tra 1989 e 1991 si è consumato il crollo del blocco orientale e la fine della guerra fredda culminata con la dissoluzione dell’Unione Sovietica il giorno di natale del 1991. La guerra fredda si concluse con la sconfitta per implosione del blocco socialista e la vittoria di quello occidentale caratterizzato dai valori di democrazia, libero mercato e consumismo. La fine dello scontro ideologico ha comportato una necessaria ridefinizione dei caratteri identitari della sinistra che da quello scontro ne è uscita perdente.

Ma se la fine della guerra fredda ha causato un mutamento ideologico della sinistra (verso il centro), essa non spiega la crisi elettorale che è scoppiata durante gli anni della grande recessione iniziata nel 2008. Contemporaneamente allo sgretolarsi del blocco orientale ebbe inizio un importante processo economico e culturale che ha caratterizzato gli ultimi 30 anni: la globalizzazione. Trainata da un liberismo sfrenato che ha permesso una sempre maggiore finanziarizzazione dell’economia e guidata dalle grandi multinazionali, la globalizzazione ha messo in discussione i valori della sinistra. Questi, in campo economico, si basano sull’interventismo dello stato (il contrario di liberismo) il cui scopo è quello di redistribuire equamente la ricchezza e offrire ai cittadini una vasta gamma di servizi così da garantire il loro benessere (da qui l’espressione stato del benessere, o welfare state).

Il presupposto fondamentale per attuare questo tipo di politiche interventiste è la totale sovranità degli stati in politica economica. Con la nascita dell’Unione Europea nel 1992 gli stati hanno ceduto parte della loro sovranità a questa nuova entità sovranazionale. Di conseguenza essi ora devono attenersi ai vincoli di bilancio contenuti nei trattati comunitari che impongono dei limiti alla spesa pubblica.

Un’altra conseguenza della globalizzazione è stata la flessibilizzazione e precarizzazione del mercato del lavoro che negli ultimi anni, complice la crisi economica, è stato rivoluzionato. Anche in questo caso la sinistra, che per definizione dovrebbe battersi per la difesa del lavoro dipendente, si è trovata in difficoltà oppure ha abbandonato completamente i suoi valori (vedi il Pd con l’approvazione del jobs act e l’abolizione dell’articolo 18).

Da un lato la fine della guerra fredda ha comportato una ridefinizione identitaria della sinistra che l’ha avvicinata sempre di più a posizioni centriste. Dall’altro la globalizzazione e la progressiva diluizione della sovranità degli stati nazionali ne hanno minacciato i valori fondamentali e la capacità di attuare politiche redistributive. Tutto ciò è stato ulteriormente esacerbato dalla più grave crisi economica del dopoguerra che ha messo a nudo le controversie del centro-sinistra e la sua incapacità di rispondere alle nuove sfide poste dalla globalizzazione.

E così, uno dopo l’altro, i partiti della socialdemocrazia europea sono stati travolti da batoste elettorali che hanno fatto la storia. Esiste un’unica eccezione: c’è un solo paese in cui i partiti di sinistra non solo godono di buona salute ma addirittura sono al governo e riscuotono consensi. È il caso del Portogallo dove il governo, guidato dal primo ministro Antonio Costa, è un monocolore socialista.