Una premessa è d’obbligo. Le colpe specifiche del PD (e, prima di quello, dei partiti che vi sono confluiti) in materia di banche sono incancellabili ed hanno un fondamento eminentemente politico: iniziano con lo smantellamento del sistema sezionale disegnato dalla Legge Bancaria del 1936 a favore della banca universale e della deregulation proprie del Testo Unico del 1993 (governo Ciampi); continuano con la sciagurata adesione all’Unione Monetaria Europea, cioè all’Euro (governo Prodi) e col sostegno al governo Monti (vero artefice dell’impennata di sofferenze nei bilanci degli Istituti italiani); si aggravano con l’adesione all’Unione bancaria (salutata come un gran successo dagli artefici Letta e Saccomanni) e poi con l’incauta trasposizione – addirittura in anticipo sui tempi richiesti – della direttiva BRRD (quella sul bail-in) Renzi regnante; esplodono con virulenza nel momento in cui né il medesimo Renzi, né Padoan, hanno il coraggio di violare le norme europee contro gli Aiuti di Stati ed assistono – in attesa di un referendum che perderanno fragorosamente – alla lenta decomposizione di alcune fra le principali banche del Paese (MPS in primis).

In questo quadro, la vicenda di un governo – di cui fa parte Maria Elena Boschi – che briga e rovina migliaia di persone tutto sommato al precipuo fine di evitare o almeno ritardare la dichiarazione di insolvenza di una piccola banca di provincia e così salvare da conseguenze penali il padre di lei, Pierluigi Boschi, si connota per la sua intrinseca squallidezza e per il pauroso conflitto di interesse che denuncia, ma non cambia di una virgola il giudizio politico sul partito più responsabile del disastro italiano nell’ultimo lustro. In sostanza, non varrebbe neppure la pena di parlarne, se non fosse per le vicende degli ultimi giorni, che si sono distinte per mescolare in modo suggestivo tragedia e farsa.

Nella Commissione Parlamentare sui dissesti bancari la strategia del PD è chiara: addossare qualsiasi colpa, ivi compreso il tempo brutto a dicembre, a Banca d’Italia o – in subordine – a Consob (lo pseudo confronto all’americana fra Barbagallo e Apponi, trasmesso per sbaglio in streaming, ha assurto a indimenticabili vette situazioniste), come se le chiare amnesie dei controllori cancellassero le scorrettezze dei controllati e dei loro referenti politici. A confermare questa tesi, nel quadro delle testimonianze su Banca Etruria, è stato chiamato il PM di Arezzo Roberto Rossi, il quale – in buona sostanza – ha prima scagionato Pierluigi Boschi facendo risalire l’insolvenza dell’Istituto a un periodo precedente alla nomina del padre di Maria Elena a vice presidente di Bpel, ed ha quindi individuato in Vegas e Visco le vere “anime nere” della vicenda per aver tentato di promuovere la fusione dell’Istituto toscano con Popolare di Vicenza (poi saltata insieme a Veneto Banca, quella il cui amministratore delegato parlava al telefono col suddetto Boschi, il quale chiosava: “domani io ne parlo con mia figlia, con il presidente [cioè Renzi] domani, ci sentiamo in serata”; per dire). Apriti cielo e spalancati terra: Meb rialza la testa, Orfini twitta disperato contro Banca d’Italia, Renzi stesso fa trapelare un sibillino “la verità viene a galla” (molte sono le cose che lo fanno, a dire il vero). Tutti, ovviamente, incuranti del fatto che il PM di Arezzo è stato anche Consulente proprio di quel governo.

Ieri, colpo di scena. Icasticamente scrive Il Fatto Quotidiano: “davanti alla commissione parlamentare di inchiesta il procuratore [Rossi] ha ricordato che il padre della sottosegretaria non è imputato per la bancarotta dell’istituto, fornendo al PD l’assist per scaricare le colpe su Bankitalia. Ma non ha parlato dell’altro filone, quello sul falso in prospetto e l’accesso abusivo al credito, in cui è indagato. L’ex consulente del governo Renzi rischia di essere deferito al CSM. E per i renziani l’esultanza diventa boomerang“. Come le dichiarazioni su un Mps risanato, come la prosopopea sulle acciaierie di Piombino vendute, come sempre.

Ma non basta. Siccome al danno si deve aggiungere anche la beffa, Maria Elena Boschi – in un ultimo disperato tentativo di arrampicata acrobatica sugli specchi – medita un nuovo coup de théâtre: citare per danni, in sede civile, Ferruccio De Bortoli, il quale nel suo ultimo libro aveva scritto di una telefonata dell’ex ministro a Ghizzoni – allora AD di Unicredit – per tentare un salvataggio in extremis di Bpel. Con particolare eleganza, Meb decide di dare la notizia urbi et orbi via Facebook. E qui, va fatto un discorso a parte. Infatti, come sempre più spesso accade, il politico di turno si guarda bene dal querelare il giornalista reo di aver rivelato fatti, diciamo, controversi, ma attende lo scadere dei 90 giorni previsti dal codice di procedura penale per poi intentare una comune causa civile di risarcimento del danno (prescrittibile non in tre mesi ma… in non meno di cinque anni, fermo restando che, “se il fatto è considerato dalla legge come reato e per il reato è stabilita una prescrizione più lunga, questa si applica anche all’azione civile”). Perché? I motivi sono molto semplici.

Primo: l’apertura di un processo penale è soggetta al vaglio e della magistratura requirente (il PM può senz’altro archiviare una querela infondata) e della magistratura giudicante (il rinvio a giudizio è infatti sottoposto ad una prima valutazione di fondatezza da parte del GUP).

Secondo: il processo civile ha durata assai più dilatata nel tempo, non necessariamente prevede l’audizione di testimoni (soprattutto di quelli sgraditi, figurarsi degli ex Amministratori Delegati), è molto costosa anche per il convenuto che si sa assolutamente estraneo a quanto addebitatogli.

Terzo: nel processo civile è più facile provare l’elemento psicologico del convenuto, nel senso che mentre il reato di diffamazione presuppone il dolo dell’autore dell’articolo, al contrario il danno alla reputazione può derivare anche da un comportamento colposo del medesimo.

Quarto: il reato di calunnia ex art. 368, c.p., sussiste soltanto ove vi sia una denuncia o querela (e, ovviamente, il denunciante o querelante abbia la certezza dell’innocenza dell’imputato).

In sostanza: mentre una querela per diffamazione non comporta gravi fastidi per un giornalista sicuro delle sue fonti (ed anzi rappresenta piuttosto un rischio per il querelante), una causa civile ha un immediato effetto intimidatorio, rappresentando per il convenuto una “spada di Damocle patrimoniale” per un numero indefinito di anni a venire. Problema grave, in generale, per la libertà di stampa in Italia (certo, non per De Bortoli oggi, come non per Milena Gabanelli ieri; sicuramente per i giornalisti di piccole testate).

Ma si sa, il problema all’ordine del giorno, vero, è la lotta alle fake news e poi, insomma, è pure partita la campagna elettorale. Non a caso Ghizzoni, colui che potrebbe mettere un punto a tutta questa storia, non sarà mai audito neppure dalla Commissione di Casini.