La notizia ha creato non poco disagio, suscitando critiche e facendo storcere il naso a quell’ortodossia che per fortuna è ancora presente negli ambienti “ecclesiastici” e non solo, data l’ultima “originalità” del vescovo di Roma: la Santa Sede accetterà i sette vescovi nominati da Pechino, ossia dal regime comunista. Proprio così, perché, per quei pochi (o molti) che non lo sapessero, in Cina i vescovi devono andare bene al regime o nessuno può fare il vescovo se non in maniera clandestina, come ai tempi di Stalin dell’ex Unione Sovietica, come nei Paesi dell’est comunista prima del crollo di fine anni ’80, come continua a fare la Cina a casa sua, che del Codice di diritto canonico non sa che farsene.

La storica decisione viene presa per distendere i rapporti tra Cina e Vaticano, rapporti diplomatici che furono interrotti nel 1951, due anni dopo la fondazione della Repubblica Popolare Cinese di Mao.

Qual è la situazione dei cattolici in Cina? I circa 12 milioni di cattolici cinesi si dividono tra coloro che professano la religione a dir poco clandestinamente, riconoscendo cioè la legittima autorità del Santo Padre che è in Roma, e coloro che invece aderiscono all’Associazione Patriottica Cattolica, controllata sistematicamente dal governo di Pechino. Un accordo o, meglio, un compromesso (il disgelo ed un eventuale viaggio in Cina), lamentato e denunciato dal vescovo emerito di Hong Kong, il cardinale Joseph Zen Ze-kiun che ha accusato la Chiesa di Roma di “svendersi” ai desideri della Cina, sostituendo due vescovi cinesi nominati dal Vaticano con altri due graditi invece al governo di Pechino.

Ma non è finita qui. I vescovi graditi al regime e che papa Francesco vuole accogliere per compiacere la Cina, erano stati precedentemente scomunicati. Siccome però sono graditi a Pechino, la scomunica è stata tolta. Una bella trovata pastorale che la dice lunga sul ministero appunto pastorale dell’attuale pontefice, insomma un evento storico, questo, attuato da un papa che non brilla certo né in fatto di teologia pastorale né in fatto di diritto canonico… bé, che Francesco non sia proprio versato nelle discipline che hanno fatto la storia e il pensiero e la regula della Chiesa se n’è accorta persino una comica che risponde al nome di Luciana Littizzetto durante uno dei suoi monologhi a Che tempo che fa di alcuni mesi addietro.

Che dire? Forse è arduo ma viene spontaneo fare il paragone con i vescovi che nell’alto medioevo venivano nominati dall’imperatore (la lotta per le investiture di scolastica memoria), benché si tratti di altre epoche e di altri contesti storico-politico-culturali; sappiamo che ci volle poi l’immenso Gregorio VII a sanare la questione e ad avocare alla Chiesa e alla Chiesa sola le faccende delle nomine dei vescovi e degli affari religiosi in genere; ma questo, stiamone certi, Francesco non lo sa.

Il Codice di diritto canonico, dal canone 375 al 380, stabilisce nello specifico le modalità per l’elezione dei vescovi, elezione che spetta esclusivamente alla Sede Apostolica, ed il canone 377 recita: Il Sommo Pontefice nomina liberamente i Vescovi, oppure conferma quelli che sono stati legittimamente eletti (eletti non dai governi). Per concludere, il papa vuole migliorare i rapporti tra il Vaticano e quel gigante asiatico che è la Cina, ed il Codice di diritto canonico e la prassi della Chiesa e le sue norme e la storia secolare che sta sotto, sopra e dietro ad esse se le mette sotto i piedi. Buongiorno-buonasera-buon pranzo.