La mancanza di deontologia professionale in molti dei principali attori del sistema informativo italiano è uno dei principali ostacoli alla realizzazione di un compiuto sistema democratico in Italia.

Lo abbiamo scritto spesso, anche recentemente, ma dobbiamo tornare necessariamente in argomento, perché il triste spettacolo cui si è assistito in questi giorni sulle presunte prerogative del Presidente della Repubblica, posto a baluardo (novello Leone Magno) dei cascami piddino-europeisti contro la calata dei barbari populisti giallo-verdi, non può essere fatto passare sotto silenzio.

Una premessa è d’obbligo: l’impossibilità per il Presidente della Repubblica di ingerirsi nell’indirizzo politico è un cardine della riflessione costituzionale, da cui discende – in caso di formazione di una riconoscibile maggioranza politica in Parlamento – il ruolo strettamente notarile del Capo dello Stato nella nomina del Presidente del Consiglio incaricato prima e dei ministri dopo. “Il Presidente della Repubblica ha un ristretto margine di discrezionalità  nella scelta del Presidente del Consiglio (mentre non ne ha alcuno nella scelta dei ministri, formalmente demandata al Presidente del Consiglio), proprio perché egli deve tenere in debito conto le indicazioni che gli vengono date da parte di coloro che che sono gli interpreti della volontà  degli orientamenti del Paese e delle forze politiche rappresentate in Parlamento” (Martines); “la predisposizione della lista dei ministri da parte del Presidente del Consiglio incaricato costituisce una proposta vincolante per il Capo dello Stato, il quale non potrebbe rifiutare alcuna nomina, se non nel caso estremo di un soggetto palesemente privo dei requisiti giuridicamente richiesti per ricoprire l’ufficio” (Paladin); “l’avere condizionato la nomina dei ministri alla proposta del presidente del consiglio (che deve ritenersi strettamente vincolante pel capo dello stato) è pura e semplice applicazione del principio di supremazia…” (Mortati). La questione è chiarita con sorprendente precisione anche sul sito del governo.

A fronte di questa ovvietà, alcuni giornalisti di primo piano hanno pensato bene di esprimersi nei seguenti termini.

(Il governo del Presidente sarebbe il governo Pella, durato in carica 5 mesi con compiti eminentemente amministrativi, sostenuto dai monarchici, in attesa della risoluzione di una crisi che portò da un governo De Gasperi a un gabinetto Fanfani).

(La risposta alla domanda di Cerasa, ovviamente, è “no”, ma lui ancora non lo ha capito).

A non avere granché da fare, ci si potrebbe oziosamente interrogare se prese di posizione di questo genere – così come gli spropositi a mezzo stampa di Lina Palmerini (“Mattarella non si limiterà a fare il notaio: l’interlocuzione sarà serrata: l’art. 92 della Costituzione dà un ruolo al Colle sui ministri; l’art. 117 vincola il legislatore agli obblighi europei e internazionali e poi c’è l’art. 81 sul pareggio di bilancio”) – siano frutto di palese ignoranza costituzionale (e, nel caso, l’Ordine dovrebbe prendere seri provvedimenti a tutela della dignità della professione) oppure di conclamata malafede (e, nel caso, l’Ordine dovrebbe ugualmente prendere i medesimi provvedimenti, per le stessissime ragioni). (Ma, a proposito: siamo certi che un Ordine dei giornalisti abbia ancora ragione di esistere?).

In prima approssimazione, potremmo individuare due grandi categorie. La prima è quella di coloro che sanno di sapere, ma non conoscono alcunché. Gli pseudo-colti che pretendono di insegnare agli altri ciò che loro chiaramente ignorano. L’indecente figuraccia dell’altro giorno rimediata da Riotta – secondo cui il secondo comma dell’art. 1 della Costituzione sarebbe stato inserito “quella notte” – ne è la plastica rappresentazione.

La seconda è invece rappresentata da coloro che, talmente plasmati dall’assurda teologia europea della scarsezza di risorse, non riescono neppure a immaginare spazi di libertà democratica per il popolo italiano.

Riformare il giornalismo nel senso dell’aderenza ai fatti, dell’onestà intellettuale (il caso del sen. Alberto Bagnai, cui è stato storpiato il nome in tutti i modi sulla carta stampata, financo in Fabio Cimaglia, sconosciuto, e Fabio D’Incà, esponente dei 5 stelle, è un esempio lampante), della conoscenza degli argomenti trattati, dell’etica nei confronti dei lettori, è una emergenza democratica.

Il lavoro è tantissimo.