Le decisioni di politica estera prese dall’attuale amministrazione americana sono state ispirate dallo slogan che più di tutti identificata l’operato del presidente Donald Trump: America First. Per questo il tycoon ha dapprima deciso di firmare la dichiarazione finale del G7 e poco dopo l’ha rinnegata. Il primo ministro canadese Justin Trudeau si è permesso di criticare la politica protezionista del presidente americano (“un insulto per i canadesi”) ed ha a sua volta annunciato le contromisure volte a colpire l’economia statunitense. Ma ciò va contro gli interessi americani e quindi al diavolo la cooperazione con gli alleati più longevi, l’unica cosa che importa è l’America e gli americani innanzitutto.

Lo slogan America First, strumento attraverso cui Trump vuole concretizzare l’altro slogan che lo identifica, cioè Make America Great Again, non è stato inventato dal tycoon ma è vecchio di 100 anni.

Infatti America First fece la sua prima apparizione nel 1916 quando i democratici fecero campagna elettorale per la rielezione del presidente Woodrow Wilson basandosi sugli slogan “He kept us out of war” e “America First!”, ovvero “Ci ha tenuto fuori dalla guerra” e “America innanzitutto!”. Nel 1916 la Prima guerra mondiale era in pieno svolgimento e sebbene gli Stati Uniti stessero finanziando e rifornendo di materiali le forze dell’Intesa, non erano ancora intervenuti direttamente in quella Grande Guerra che stava sconvolgendo il mondo. Per essere riuscito a mantenere gli Stati Uniti neutrali Wilson vinse le presidenziali del 1916 venendo rieletto per il secondo mandato. Tuttavia pochissimi mesi dopo, nell’aprile 1917, dichiarò guerra alla Germania alla faccia di quelli che lo avevano votato per aver tenuto gli Stati Uniti fuori dalla guerra mondiale.

Dopo la brutale esperienza del 1918 e la disillusione del trattato di Versailles, gli Stati Uniti rigettarono l’ordine internazionale postbellico poiché il Congresso non ratificò l’entrata di Washington nella neonata Società delle Nazioni. Gli americani, disillusi e destabilizzati dall’intervento militare in Europa, vollero pensare solo all’America e ai propri affari senza curarsi di ciò che avveniva oltreoceano. Il politico che seppe interpretare alla meglio questi sentimenti fu il repubblicano Warren Harding che nel 1920 ottenne una vittoria schiacciante alle elezioni presidenziali. Durante la campagna elettorale egli criticò aspramente la politica estera del presidente Wilson e focalizzò l’attenzione su due concetti fondamentali: “ritorno alla normalità” prebellica e “americanismo”. In un discorso del gennaio 1920, quando era ancora senatore, Harding enunciò chiaramente la sua visione del ruolo che l’America avrebbe dovuto tenere riguardo le faccende internazionali dopo la deludente esperienza della Grande Guerra.

“Ho una tale fiducia nella nostra America da ritenere inutile la riunione di un consiglio di potenze straniere che ci indichi quale sia il nostro dovere. Chiamatelo pure egoismo nazionalista; io penso piuttosto che si tratti di un’ispirazione del fervore patriottico. Difendere l’America innanzitutto! Pensare all’America innanzitutto! Esaltare l’America innanzitutto!”

Il nesso che collega la retorica di Harding con quella di Trump è evidentissimo mentre lo slogan è esattamente lo stesso: l’America innanzitutto ovvero America First. Il “consiglio di potenze straniere”, all’epoca rappresentato dalla Società delle Nazioni, è oggi identificabile con il G7 oppure con istituzioni non governative come l’Organizzazione Mondiale del Commercio. Oggi come cento anni fa ampi strati della società americana si sentono disillusi e vittime degli eventi. Dopo i fallimentari interventi militari in Iraq ed Afghanistan e dopo la crisi economica più devastante dai tempi della Grande Depressione, molti americani vogliono che il loro governo pensi solo all’America e ai suoi cittadini. E deve essere solo il governo federale a pensare agli americani, senza intermediazioni o regolamenti decisi da agenzie non governative o da riunioni con capi di governo stranieri. Il clima di disillusione e rabbia che nel 1920 portò all’elezione di Harding è per certi versi assimilabile a quello che nel 2016 decretò l’elezione di Trump. La retorica simile e lo stesso slogan sono i fattori che accomunano i due presidenti e che si sono rivelati in entrambi casi strumenti efficaci per la vittoria elettorale.

C’è però una differenza fondamentale tra oggi e il 1920: gli Stati Uniti sono la superpotenza globale. Perciò l’isolazionismo nazionalista del presidente Trump viene attuato, paradossalmente, con l’interventismo verso l’esterno, cioè prendendo decisioni che non riguardano solo gli Stati Uniti. Ne sono esempi il riconoscimento di Gerusalemme capitale d’Israele e la guerra commerciale. L’offensiva protezionistica lanciata dal tycoon va nel senso opposto alla cooperazione internazionale e al multilateralismo. Oggi come allora due sole parole d’ordine: America innanzitutto.