Dall’Italia un contributo importante alla ricerca sulla malattia ‘ruba-ricordi’, finito però nell’ombra. E’ il caso di Gaetano Perusini, psichiatra di Udine che a Monaco lavorò proprio al fianco di Aloysius Alzheimer. Lo scienziato tedesco aveva già individuato delle formazioni all’interno dei neuroni di una donna morta dopo anni di demenza. Perusini però scrisse, nel 1909, che le placche venivano create dalle cellule stesse: “Un prodotto metabolico patologico di origine sconosciuta”. Un’intuizione confermata nel 1984 dalla biologia molecolare, tanto che in qualche testo di medicina la patologia viene definita malattia di Alzheimer-Perusini. “Quella descritta con il contributo di Perusini – ricorda Anna Elisa Castellano, responsabile dell’Unità valutativa Alzheimer del Neuromed di Pozzilli – è la demenza più nota”.

A far dimenticare il nome dell’italiano potrebbe essere stata anche la sua morte precoce: fu ucciso da una granata a 35 anni, mentre era medico volontario al fronte durante la Prima guerra mondiale. Ma in quali forme può colpire la demenza? “Se l’Alzheimer colpisce prevalentemente la memoria, nella demenza fronto-temporale appaiono problemi comportamentali, apatia o disinibizione, oppure linguistici: dal non trovare i nomi per descrivere le cose a non capire il significato delle parole ascoltate. Infine, vediamo altre forme di deterioramento cognitivo, come la demenza a corpi di Levy, quella di origine vascolare o ancora quelle conseguenti ad altre patologie degenerative del sistema nervoso, ad esempio il Parkinson”.

Le distrazioni, le dimenticanze, possono accadere a tutti. C’è però un momento in cui diventa utile ricorrere al medico. Quando l’efficienza nel lavoro e nella vita quotidiana diminuisce in modo evidente – consigliano gli esperti – oppure quando ci sono cambiamenti nella personalità, o ancora quando si fanno scelte assolutamente non adeguate (vestirsi in modo completamente sbagliato rispetto alla temperatura, riporre le chiavi nel frigorifero e così via). “Spesso – continua Castellano – sono i parenti, i colleghi, gli amici ad accorgersene. A quel punto è il momento di fare qualche approfondimento”.

Normali distrazioni da stress da lavoro o primi segni di una demenza? “L’osservazione del medico, il colloquio con la persona, è naturalmente la prima cosa. Seguono poi semplici test preliminari e, se è il caso, un approfondimento con test più complessi. Il percorso prosegue con la ricerca di altre cause che possano provocare le alterazioni cognitive”. Da tumori o lesioni vascolari a livello cerebrale, a disfunzioni del fegato come l’encefalopatia epatica, “o ancora uno squilibrio degli elettroliti nel sangue”.

In questi casi, affrontando rapidamente le cause, ci sono buone possibilità di ridare una vita normale al paziente. “Se la diagnosi va nella direzione di una demenza vera e propria – spiega la responsabile dell’Unità valutativa Alzheimer – allora entrano in gioco ulteriori esami, come la scintigrafia cerebrale-Pet, utilissima sia per confermare la presenza di danno cerebrale sia per distinguere tra Alzheimer e altre demenze”. Quanto alle terapie, esistono farmaci sintomatici che alleviano la patologia, ma non sono in grado di modificarne il decorso. Come la memantina, capace di protegge i neuroni dagli effetti tossici causati dal glutammato, un neurotrasmettitore che nell’Alzheimer stimola eccessivamente le cellule nervose. Oppure gli inibitori dell’acetilcolinesterasi, che limitano la degradazione dell’acetilcolina, un altro neurotrasmettitore che favorisce il passaggio degli impulsi nervosi tra un neurone e l’altro.

“Sappiamo – aggiunge Castellano – che lo stress può giocare un ruolo importante: si libera troppo cortisolo, un ormone che può danneggiare i neuroni dell’ippocampo, una delle prime regioni cerebrali a soffrire dei danni da Alzheimer. Quello dell’eccesso di cortisolo, tra l’altro, è un fenomeno che vediamo anche nella depressione. Poi abbiamo il diabete. Nelle persone insulino-resistenti c’è un eccesso di insulina nel sangue, che deve essere eliminata. Ma l’enzima che svolge questa funzione ha anche il compito di degradare la proteina amiloide, una funzione che si riduce proprio perché l’enzima è troppo impegnato con l’insulina”. Uno stile di vita sano può essere utile anche nell’Alzheimer. “Avere relazioni sociali e fare attività fisica riduce lo stress, stimola le endorfine e, in generale, migliora il metabolismo, aiutando persino nel caso di una patologia grave come questa”, conclude l’esperta.