Tra qualche giorno è Natale, data santa in cui si “celebra… l’entrare di Dio nella storia facendosi uomo per riportare l’uomo a Dio”. Una notte che “segna, per così dire, il momento iniziale, quando si intravede il chiarore dell’alba”, “alba precede e fa già presagire la luce del giorno, così [che] il Natale annuncia già la Croce e la gloria della Risurrezione” (Benedetto XVI). Non a caso le nostre nonne chiamavano l’Epifania – solennità conclusiva di questi giorni di festa – la “prima Pasqua dell’anno”.

Ma se il Natale è Dio che entra nella storia, potrebbe allora essere interessante ripercorrerla questa storia, facendoci guidare in questa passeggiata da qualche aneddoto interessante (almeno nelle intenzioni di chi scrive). Con un paio di precisazioni preliminari: dei quattro Vangeli canonici, soltanto Luca e Matteo hanno due “racconti dell’infanzia” strutturati, mentre Marco e Giovanni hanno solo vaghi accenni incidentali; non si prendono in considerazione i racconti contenuti nei Vangeli apocrifi che, per i più vari motivi (periodo di composizione, trasfigurazione in chiave gnostica delle vicende, ecc.), non appaiono documenti utili dal punto di vista storiografico.

Oggi ci poniamo il primo interrogativo. Dove abitavano Maria e Giuseppe?

Lc 2,4-6 scrive: “anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nazareth, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta. Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio”. Dunque, secondo Luca, Giuseppe e Maria abitavano a Nazareth, ma si erano dovuti spostare a Betlemme per il censimento voluto da Augusto “quando era governatore della Siria Quirinio”.

Secondo Matteo (cap. 2), invece, Gesù è senz’altro “nato… a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode…”. Dunque, Maria e Giuseppe sarebbero stati betlemmiti.  Matteo fa fare alla Sacra Famiglia il percorso opposto di Luca: per evitare la persecuzione di Erode, Giuseppe “si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode… Morto Erode, ecco, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto e gli disse: «alzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nella terra d’Israele; sono morti infatti quelli che cercavano di uccidere il bambino». Egli si alzò, prese il bambino e sua madre ed entrò nella terra d’Israele. Ma, quando venne a sapere che nella Giudea regnava Archelao al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno, si ritirò nella regione della Galilea e andò ad abitare in una città chiamata Nazareth”.

In effetti, gli evangelisti si trovavano davanti ad un problema di non facile soluzione. Da un lato, raccontavano la storia del Figlio di Dio, riconosciuto da tanti in Israele – durante la sua breve vita – come il Messia, e il Messia non poteva che venire da Betlemme (secondo la profezia di Michea); dall’altro questo Messia era conosciuto, anche da loro, come Gesù il Nazareno, cioè – secondo l’interpretazione più comunemente accettata – “proveniente da Nazareth”. Giovanni, sulla questione, è addirittura criptico (Gv 1,45): “Filippo incontrò Natanaele e gli disse: «Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè nella Legge e i Profeti, Gesù, figlio di Giuseppe di Nazareth». Natanaele esclamò: «Da Nazareth può mai venire qualcosa di buono?»”.

E qui sta il punto. Per gli evangelisti, ma anche per noi, se Gesù è nato a Betlemme o a Nazareth, e la provenienza dei suoi genitori, sono informazioni che non contano nulla, se non nella misura in cui quelle origini ci indicano, come un segno, che egli è il Cristo di Dio.

Ma le divergenze dei “racconti dell’infanzia” ci dicono anche qualcosa sui due evangelisti. Luca ci mostra una famiglia lontana da casa, una donna che partorisce in una stalla ed adagia il figlio in una mangiatoia, un Dio che mostra la regalità del proprio figlio per primi ai pastori, cioè ai rappresentanti di una delle categorie più reiette dell’antico Israele. Già da questi dettagli si intuisce l’autore che scrive: “«Beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio. Beati voi che ora avete fame,perché sarete saziati. Beati voi che ora piangete, perché riderete… Ma guai a voi, ricchi, perché avete già la vostra consolazione. Guai a voi che ora siete sazi, perché avrete fame. Guai a voi che ora ridete, perché sarete afflitti e piangerete”. Ma inserisce altresì questo evento tra i “grandi eventi” della storia, al pari del censimento di tutta la terra voluto da Augusto: già si percepisce un Messaggio che giungerà fino a Roma, conquistandola (Luca è l’autore anche degli Atti degli Apostoli).

Matteo ci mostra invece un parto casalingo, intimo, “normale”. Che però è già pietra di inciampo per i Grandi della Terra, divisi fra chi rifiuta il Bambino (Erode) e che, invece, lo riconosce re del Mondo (i Magi). Non i pastori sono testimoni dell’Epifania, ma misteriosi personaggi venuti dall’oriente sulle tracce delle antiche profezie, della benedizione di Balaam (“Una stella spunta da Giacobbe / e uno scettro sorge da Israele”: Nm 24,17). Proprio questa è la cifra tipica di Matteo, ebreo convertito probabilmente di una delle comunità più raffinate dell’epoca, quella di Antiochia: il collegamento continuo fra l’Antico Testamento (Mi 5,1; Ger 31,15; Os 11,1) ed il Nuovo in Gesù, che è venuto a compiere la Legge, non ad abrogarla.

Poi c’è la profezia più importante: “pertanto il Signore stesso vi darà un segno. Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele.” (Is 7,14). Ne parleremo nel prossimo articolo.